Mi sono risvegliata uomo ed è stata una pena

Nuovo effervescente post su Caffè con Utopia: è stata davvero dura.

Caffè con utopia

Sono sempre stata donna, ma tre giorni fa mi sono risvegliata uomo. Non so perché o per come. So solo che sono tre giorni che sono un uomo. Non ho ancora avuto il coraggio di mettere la testa fuori di casa, voglio prima ambientarmi un po’. Allora, in via del tutto cautelativa, ho deciso di buttarmi sui social per vedere che aria tira a essere uomini di questi tempi.

Ho preso in mano lo smartphone la prima novità mi è subito saltata all’occhio: solo due richieste di amicizia. Prima, ogni mattina, mi ritrovavo sempre in doppia cifra. Adesso sono tre giorni che nessuno mi manda una richiesta. Nessuno tranne questi due profili fake di superfregne abitanti casualmente nella stessa mia città. Visto? Adesso parlo anche da uomo: prima, quando ero ancora donna, se una ragazza più carina di me tentava di intrufolarsi nelle mie cerchie usavo locuzioni tipo ‘che cazzo…

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Patagonia 2017 – giorno #23/24 – Argentina/Cile – Dettagli inutili e questioni importanti

Ed eccomi qui, di nuovo seduto al Fogon del Lenador di Puerto Montt per chiudere il viaggio come lo avevo iniziato poco meno di un mese fa: mezzo chilo esatto di controfiletto e vino tinto.

Credo nella circolarità delle peregrinazioni, mi piace onorarla.

Tornare in Cile è stato facile, ma ha richiesto un mare di tempo. Si è mosso tutto a singhiozzo, con autobus argentini rotti, isterie di gruppo, trasbordi su mezzi sostitutivi, lungaggini senza senso al confine. Tutto regolare insomma.

Domani mi aspettano 30 ore di viaggio. Magari un’ultima foto delle nuvole che si specchiano sul Pacifico e poi via verso il minuscolo aeroporto di Puerto Montt. Poi Santiago, poi San Paulo, poi Milano, poi Ancona. Tutti dettagli inutili.

Ma concludere con dettagli inutili mi sembra relativamente inopportuno, dopo tutta questa fatica. E torniamo quindi alle questioni importanti: il controfiletto. Il controfiletto va mangiato vetado. Ossia con quel bel filo di grasso che insaporisce oltre ogni misura.

Nella vita bisognerebbe diffidare di donne ubriacone, uomini astemi e di chi mangia carne di manzo ben cotta. E fin qui siamo tutti d’accordo. Ma è tempo di rendersi conto che bisogna diffidare anche di chi scarta il grasso nel controfiletto.

Si si lo so, volete quell’ultima foto del Pacifico. Eccola. 

Alla prossima (forse). E sotto coi controfiletti.

Patagonia 2017 – giorno #20/21/22 – Argentina – The ASS OFF series®

La Ass-off series® consiste nel farsi fotografare in un dato contesto con le chiappe al vento. Me la sono inventata qualche anno fa, e tutt’oggi continuo ad alimentare questo format rivoluzionario. Qualcuno su FB se la sghignazza di gusto, qualcuno non capisce la portata iconoclasta dell’ambizioso progetto.

Il sistema pensiero che sorregge l’impianto estetico è semplice quanto inattaccabile. Cascate, fiumi, eremi, presepi, confessionali: ogni location è buona per piazzarci un bello spacco di culo.

Viaggiando soli è però problematico: o trovi un fotografo compiacente oppure chiedi a un ignaro passante ti farti uno scatto. Gli dai il tuo smartphone, ti integri nella location e ti tiri giù le braghe all’improvviso, con nonchalance. Nessuno si lamenta, anzi di solito tutti si mettono a ridere. E non smettono più.

In questo viaggio la Ass-off series® era stata trascurata, faccio ammenda. Non avevo avuto occasione, vista la grande solitudine con la quale avevo viaggiato. Ad esempio i guanacos con cui avevo condiviso il trek nel parque Patagonia si erano rivelati incapaci di usare uno smartphone, stante l’insanabile mancanza del pollice opponibile. Ma qui a El Bolsòn ho incontrato di nuovo Matilde (vedi giorno #17/18) e l’occasione s’è fatta ghiotta.

Ma possibile che dei tre giorni di trek nel circuito di El Bolsòn io stia parlando di questo? Certo, ve l’avevo detto che questo non era un blog di viaggio. Cazzo v’aspettavate?

Tuttavia siamo agli sgoccioli, e per chi proprio è bramoso di dettagli sul circuito di trek a El Bolsòn mi permetto di dire che:

La cosa migliore del circuito rifugi di El Bolsòn sono proprio i rifugi. Non sono pieni, non puoi prenotare e quindi chi prima arriva meglio alloggia, sono ben indicati e puoi anche campeggiare. Io ho campeggiato e mi sono cagato addosso dal freddo, soprattutto la prima notte. Ho davvero cannato sacco a pelo per questo viaggio, ma non è che posso sempre fare tutto al top.

Questo circuito è inaspettatamente impegnativo sul piano fisico, inaspettatamente poco trafficato rispetto ad altri trekking argentini, inaspettatamente deludente per quanto riguarda i panorami. Non a caso la Lonely Planet ne parla come di ‘uno degli scenari montani più belli di tutta l’Argetina, se non il più bello’. Tutte cazzate per gringos, come al solito. Si cammina per il 90% del tempo sottobosco, i panorami aperti sono pochi e si raggiungono con sentieri aggiuntivi rispetto a quelli che vi portano ai rifugi. E’ un bel posto, indubbiamente, ma siamo in Patagonia, e qui non si viene per cercare bei posti. Si viene per cercare posti che incidono qualcosa di indelebile, da qualche parte. O per la Ass-off series®, si capisce.

Patagonia 2017 – giorno #19 – Argentina – El Bolsòn: villaggio hippie un cazzo!

Tutte le guide presentano El Bolsòn come un pueblo andino stretto tra catene montuose sia a est che a ovest, un piccolo angolo di Patagonia argentina scelto da un gruppetto di figli dei fiori negli anni ’60 come rifugio dal frastuono delle grandi città. Un’oasi dove si ritrovarono per fare quello che i fricchettoni facevano nella loro età dell’oro: innalzare inni all’ecologia, veicolare messaggi di pace, drogarsi serenamente e ammucchiarsi al suono di chitarre scordate (almeno mi piace pensarlo). Un pueblo che conserva ancora quella sua nuance fricchettona, riportano sempre le guide, considerato tutt’oggi una via di fuga dalla linda e pinta Bariloche, a sua volta definita la ‘Svizzera delle Ande’ (io la definisco invece un luogo da cui stare lontano come la peste). E allora eccomi a El Bolsòn, l’opzione più appetibile sulla mia via di ritorno verso il Cile. D’altronde le physique du role per mimetizzarmi tra i reduci della generazione lisergica non mi manca mica.

Ma appena sceso dal bus mi prende un colpo: altro che villaggio dal sapore hippie, questo è un inferno. Vie intasate di macchine, autobus e taxi, brulicare di turisti in ogni direzione si posi lo sguardo. E’ il caos. E io che già mi maledicevo per non aver portato i miei jeans a zampa.

L’oficina de turismo mi appioppa una mappaccia, ci scarabocchia qualche X a marcare le opzioni di alloggio rimaste disponibili e poi mi abbandona nello sconforto totale: nulla mi appare più imperativo dello scappare immediatamente da tutto questo. Per fortuna dall’altra parte della strada c’è la provvidenziale oficina de la montana.

Salve, ho tre giorni interi da dedicare al trekking…cosa posso fare?

Un tizio afferra un’altra una mappa e velocissimo mi indica tre tappe con due pernotti da fare in altura, segnalandomi rifugi, campeggi e tempi di percorrenza. Snocciola opzioni, vie di fuga alternative, chilometraggi, punti di approvigionamento idrico, dati logistici.

Tac, tac, tac.

Abituato alla patagonia del Cile, dove trovare un’informazione precisa e puntuale è fatto raro come incontrare un australiano che parla un inglese comprensibile, l’esperienza di avere in trenta secondi tutti gli input necessari per le prossime 72 mi lascia basito.

L’alloggio per stanotte ce l’ho, qualcosa da fare nel pomeriggio l’ho trovato, i prossimi tre giorni vagherò per i monti carico come un mulo, ci rimane una cosa da fare: trovare una parilla che accetti una maledetta di Mastercard (perchè io di farmi turlupinare dalle banche argentine proprio non ne ho voglia*). Non la trovo, ma alla fine trovo un asador che mi accetta pesos cileni a un cambio stranamente favorevole. E sono a posto così: io, il mio controfiletto e il mio vino tinto. Perchè non ci sono cazzi, l’Argentina non sarà il Cile per quanto riguarda i vini, la natura, l’autenticità e la vivibilità dei luoghi, ma quando si parla di carne alla brace…è il top del top.

* In argentina prelevare al Cajero Automatico (Bancomat) è drammatico: la banca locale ti carica 97 pesos (circa 6 euro) per ogni operazione, a cui si aggiunge la percentuale che si frega la tua banca per prelievi con carta di credito (4%). E il limite massimo di prelievo giornaliero è circa 120 euro…Significa che ogni 120 euro che prelevate più di 10 se ne vanno in commissioni!

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Patagonia 2017 – giorno #17/18 – Argentina – Per viaggiare non servono soldi

Matilde, 24 anni, francese di Lione, viaggia da mesi e mesi, senza una data di ritorno prefissata, spendendo cifre irrisorie. La sua è una miscela vincente a base di couch surfing, workaway e naturalmente l’immancabile dedo (autostop).

Ogni volta che parlo di autobus mentre esploriamo il parque Andino Alerces, nei dintorni di Esquèl, lei mi interrompe:

‘No, no, ma quale autobus? Io non prendo autobus. Non ha senso in sud america.’

Ed ha ragione, considerata la sua situazione. Avete mai detto: ‘voglio viaggiare ma non posso perchè non ho i soldi’?

Sì che l’avete detto. Ebbene questa frase non ha senso. La formula viaggio=denaro è sbagliata, o meglio imprecisa. Per viaggiare non servono soldi. Per viaggiare servono soldi OPPURE tempo. E’ ben diverso.

Più tempo abbiamo, meno soldi ci serviranno. Meno tempo abbiamo, più ci serviranno risorse. Detta in altri termini per viaggiare c’è un trade-off stringentissimo tra tempo e denaro. Matilde può permettersi di stare due giorni arenata in una città, in un paesello o inchiodata al ciglio di una strada facendo autostop. Si serve del suo tempo, sostanzialmente illimitato. Mal che vada, se nessuno se la carica (scenario molto improbabile) pianta la sua tenda, cerca un couch surfing, si paga un letto in una camerata di decima categoria e buona notte. Domani si ricomincia. Matilde può arrivare due, tre, quattro giorni dopo a El Bolsòn ad esempio, io no. Ed è per questo che io pagherò un bus da 95 pesos e lei non ci pensa nemmeno. Anzi mi guarda come fossi un pazzo scellerato scialacquatore di sostanze. Matilde ogni tanto si ferma a lavorare per 5 giorni part time in un ostello tramite circuito workaway: le daranno vitto e alloggio, nelle ore libere visiterà l’area. Ancora una volta pagherà col suo tempo. Matilde ha speso praticamente zero per vedere Macchu Picchu, una delle escursioni più costose se te la fai immerso nel circuito turistico. Certo, ci ha messo di più, perchè ha camminato e fatto autostop. Non ha preso nè il il costoso treno, nè il bus che porta all’ingresso. Matilde si è fatta un bel culo per arrivare lassù. Ma non ha speso nulla se non il biglietto d’entrata.

Quindi gli scenari sono due:

1) VOGLIAMO VIAGGIARE MA NON ABBIAMO TEMPO
Ci serve denaro. Non ci sono santi. Ma se non abbiamo tutto questo tempo di solito è perchè lavoriamo (tolti casi limite dove si richiede la nostra presenza a casa per qualsiasi motivo inderogabile). E se lavoriamo abbiamo denaro per viaggiare o potremmo ritagliarcelo eliminando i cocktail nel weekend, gli apericena al tramonto e chissà quante altri voci di spesa. Quindi se lavoriamo possiamo viaggiare. Compatibilmente col nostro piano ferie immagino, ma se vogliamo ecco che possiamo.

2) VOGLIAMO VIAGGIARE MA NON ABBIAMO SOLDI
Ci serve tempo. Anche qui tolti casi dove le nostre risorse sono assorbite da una prole da sfamare con un solo stipendio o da mutui assassini pendeti, se non abbiamo soldi è perchè non lavoriamo. Ma se non lavoriamo allora abbiamo tempo. E possiamo fare come le migliaia di Matilde che vagabondano per il globo.

CONCLUSIONE
Ne consegue una semplice verità: se siamo persone senza vincoli di responsabilità (figli, assistenza verso parenti, etc..) e senza problemi di salute, possiamo sempre viaggiare. Basta volerlo. Se non viaggiamo è per un semplice motivo: non abbiamo davvero voglia di viaggiare. Quelle che vogliamo, al limite, sono vacanze.

E quelle sì che costano, a prescindere dal tempo che hai.

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Patagonia 2017 – giorno #16 – Argentina – Femmine calienti vs donne frigide (ovvero Carretera Austral vs Ruta 40)

Premessa per la comprensione del post: la Carreteta Austral percorre la Patagonia cilena, la Ruta 40 quella argentina. Le due strade corrono quindi sostanzialmente parallele, separate dalle Ande (sebbene la Ruta 40 inizi molto molto molto prima e risulti quindi molto molto molto più lunga).

Appena passato il confine a Chile Chico (Cile), ci si ritrova in un altro mondo. A Los Antiguos (Argentina) le strade sono più curate, i cartelli coi nomi delle vie risultano più aggraziati, i negozi si vestono di colori sgargianti e insegne luminose.

Ma è salendo su un bus che percorre la Ruta 40 che si percepisce l’abissale differenza che c’è tra il viaggiare in Patagonia cilena e Patagonia argentina. I mezzi scassati della Carreteta Austral si trasformano in bus turistici a due piani, le connessioni sono frequentissime e per ogni dove, gli autoctoni a bordo scompaiono del tutto in favore di orde di ventenni israeliani, australiani, americani. Si viaggia anche di notte sulla Ruta 40, scordatevelo sulla Carretera Austral. Quello della Ruta 40 è il turismo di massa della Lonely Planet, delle tirate mostruose da ventiquattro ore (salvo ritardi) tra Bariloche e Calafate nella arida e ventosa pampa argentina, tratte che io non farei manco con una doppietta puntata in bocca.

La Carretera Austral, tutta curve, imprevedibile, ti fa stare con gli occhi inchiodati al finestrino sporco di terra tutto il tempo. Dietro ogni curva una montagna incappucciata che si specchia in un lago, un fiume turchese che corre in una vallata glaciale o chissà, magari un canyon. La Carretera Austral ti fa essere grato di essere sul quel bus, non era mica scontato riuscire a salirci.

La Ruta 40, tutta dritta, sai già cosa avrai per le prossime innumerevoli ore: cielo infinito su una spianata altrettanto infinita di sassi, cespugli e polvere portata a spasso da un vento feroce. Addirittura ti danno lo snack o il pranzo su quel bel mostro a due piani, proiettano pure film. Tanto fuori non c’è niente di diverso da quello che c’era un’ora fa e da quello che ci sarà per le prossime dodici, sedici, venti.

La Carretera Austral è una femmina sensuale fatta col compasso, tutta curve, sanguigna, volubile, che magari ti fa ammattire perchè cambia idea sul più bello. Ma alla fine è quella con cui sfondi le molle del letto.

La Ruta 40 è la bellezza algida, una modella tutta ossa, probabilmente frigida, che ha dalla sua un bel make up, un portentoso ufficio stampa e un fisico cesellato dal controllo sugli eccessi. Misurata e prevedibile, non ti farà dannare, semplicemente ti tedierà a morte. È come un pompino fatto coi denti che non vuol saperne di finire.

A sinistra la Carretera Austral, a destra la sezione della Ruta 40 che attraversa la Patagonia argentina (immagine puramente illustrativa e parziale, non ho trovato di meglio. Ma rende l’idea.)

Ruta 40: paesaggio tipo della sezione patagonica

Patagonia 2017 – giorno #14/15- Cile/Argentina – Studiare per poter improvvisare

Per i viaggi a tempo contingentato è come per la musica: non si improvvisa a cazzo, tocca aver studiato. Io, che ho studiato più per i viaggi che per la musica, mi sento più tranquillo a stravolgere un itinerario che a improvvisare sul giro di DO. E quindi via, cambio di programma: dopo un giorno di relativa decompressione a Cochrane risalgo la Patagonia dall’Argentina, abbandonando la terremonte Carreteta Austral per la narcotizzante Ruta 40. Seguiranno succosi dettagli.