Sud America 2015/16 – Giorno #3 – Ecuador – A zonzo per pueblos andini

Ammetto di essere una schiappa mondiale quando si tratta di esplorare una metropoli. Ma mettetemi davanti una cartina con una manciata di villaggi-sputo da visitare saltando da un bus scalcinato all’altro, facendo autostop o montando su un carretto e so come farmi valere.

Conscio di questo non ho esitato a lasciare Quito alla volta di Otavalo, località che attira turisti per il suo mercato, il più grosso delle Ande. E siccome oltre a essere una schiappa mondiale nelle metropoli, mi annoio tempo zero nei mercati, l’opzione vagabondaggio tra i pueblos è schizzata subito in pole, incoraggiata da un sole che quando si fa largo tra le sparute nuvole ti apre la testa in due (grazie protezione 30).

Villaggi andini sperduti tra i 2.800 e i 3.100, indio che più indio non si può, dove i vestiti multicolore femminili cantano tra l’ocra della terra e il verde della vegetazione. Donne intente a cucinare cibo agli angoli delle strade tenendo sulle spalle la prole tramite il tipico fasciatoio, uomini febbrilmente impegnati in quella che sembra essere per il macho andino la primaria occupazione: chiacchierare (rigorosamente tra uomini) senza fare assolutamente un cazzo. Al massimo una partita a carte (ma sempre rigorosamente tra uomini).

Quasi che ci vivrei in questi autobus che serpeggiano tra questa polvere, coloratissimi dentro e fuori, con musica a bomba, carichi di bambini e anziani che guardano incuriositi l’unico straniero. Una volta tanto, il fatto che io sia un capellone non credo proprio costituisca motivo di discussione, visto che il 75% dei maschi, compresi i bambini, qui porta una treccia lunghissima.

L’ autostop su un pick up sulla via del ritorno a Otavalo è la ciliegina sulla torta per una giornata che mi vede  stremato (a letto alle 21!) ma che mi ricorda quanto un viaggio per le Ande valga ogni centesimo speso.

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