UNA VISITA ALLA MUTUA (racconto breve)

UNA VISITA ALLA MUTUA © 2008 Daniele Galassi

Ormai non ne potevo più, erano dappertutto. O meglio, non erano da nessuna parte, tranne che sul mio pene. Quelle macchie erano cominciate neanche mi ricordo più quando, certo è che avevano preso di mira proprio il mio argano del sollazzo. Solo lui e niente altro. Così mi decisi ad andare da un dermatologo, uno di quelli della mutua per pagare meno. Feci tutte le pratiche del caso, aspettai un paio di mesi che arrivasse il mio turno, e il giorno della visita andai in ospedale. Feci la fila per pagare il ticket, pagai il ticket e mi immisi in un’altra fila.

Dopo una mezz’ora adocchiai una infermiera con due bocce da guinness che spingeva una carrozzella vuota. Stava tutta chinata in avanti e la sua scollatura mi si offriva in tutta la sua generosità. Sculettava e ancheggiava per giunta, la signorina. Poi a un certo punto l’inevitabile: marmorizzazione della zona infestata dalle macchie.

Me ne stetti un bel pezzo a fantasticarci sopra, quando tutto d’un tratto realizzai che stavo facendo un errore grossolano: qualcuno stava per guardarmi il pene, non era il caso di avere un’erezione. E proprio in quel momento mi chiamarono. Un tuffo al cuore mi confermò che ero nei guai. Entrai, c’era una dottoressa che mi aspettava. Mentre guadagnavo l’entrata, la pressione all’interno dei capillari sembrava addirittura aumentare: il gingillo mi stava letteralmente scoppiando. La dottoressa notò il mio disagio e mi chiese se stavo bene. Allora cercai di prendere tempo. Le dissi che dovevo controllare diverse cosette. Mi inventai lì per lì un controllo ai nevi. Mi fece togliere la camicia e la maglietta e mi ispezionò. Il membro era ancora marmorizzato. Tutto a posto coi nevi. “Altro?” mi chiese. Sì, altro: mi inventai un problema di forfora. Lei mi diede un’occhiata e mi disse flemmatica: “Lei non ha la forfora. Altro?”

Ero nei guai: l’attrezzo non ci pensava nemmeno a tornare a riposo. “Oddio, ogni tanto ho anche un prurito diffuso”. Lei mi chiese allora se ero allergico alla polvere.
“Mmm…beh potrebbe essere ma non so…”.

Poi però avvenne il fattaccio: abbassò gli occhi e vide che sulla ricetta c’era scritto che il motivo della visita era un altro. Testualmente: “depigmentazione zona genitale”. Piuttosto inequivocabile. “Non si vergognerà?” mi fulminò da sotto gli occhiali.
“No, no, è che quello era solo uno dei motivi…comunque adesso le faccio vedere” balbettai. Mentre mi spogliavo la mia mente andò alle cose più orrorifiche: stragi di bambini, vecchie nude in posizione ambigue, carcasse di animali in putrefazione nel deserto…ma niente da fare: duro, duro, duro. Alla fine gettai la spugna e le sciorinai la mia erezione. Lei lo guardò, non lo toccò e sentenziò: “E’ solo vitiligine. Probabilmente la causa è lo stress. Se le crea disagio con le donne consideri che quando sarà in erezione le macchie rimarranno della stessa dimensione e in proporzione al pene sembreranno più piccole di come sono adesso che ha il pene a riposo”.

In quel momento il mio gingillo ebbe un tracollo totale e batté ritirata, sotto lo sguardo impassibile della dottoressa: e aveva ragione, la dottoressa, perché adesso le macchie sembravano davvero più grandi.

© 2008 Daniele Galassi

Annunci

L’EDITOR (racconto breve)

L’EDITOR © 2004 Daniele Galassi

“Il tuo racconto non è affatto male sai?”
“Grazie, ci ho perso parecchio tempo… sono contento che non ti sembri la solita boiata!”
“No, no, anzi… è proprio quello che ci voleva, una ventata di novità…” Pausa. “Però… sai che c’è?” mi fa l’editor.
“Cosa?” faccio io. “Manca un po’ di spessore… nel senso che la storia fila via che è una meraviglia, ma manca un messaggio di più ampio respiro, non trovi?”

Ecco lo sapevo. Bisogna che ci sia l’ampio respiro, uno non può raccontare e basta. Ci deve essere sempre un messaggio cosmico sotteso.

“Tipo, ” continua lui, “ quella casa dissestata… la farei in legno, non in pietra… perché il legno è materiale vivo che respira, che si ribella alla passività del non essere, capisci? E poi quando lui acquista l’auto nuova… la farei verde, non rossa! Il verde è il colore della speranza… è più in linea con tutto, non trovi? Né rossa, troppo passionale… né bianca o nera, troppo categorici! Verde la farei. Cosa che si ricollega bene al finale, dove s’intravede lo spiraglio…”
“Quale spiraglio? Finisce con un suicidio!”
“Sì certo, ma non è un suicidio poi così definitivo se lo si legge nella giusta ottica…” “??????????”
“Anzi, io cambierei il suicidio in un tentato suicidio e ci metterei una figura femminile che gli fa cambiare idea…”
“Mmm… e perché?”
“Perché potrebbe simboleggiare l’ancora di salvezza che ognuno di noi vede, o ha bisogno di vedere, in qualcun altro…”
“Ma lui è solo come un cane per tutto il tempo!”
“Sì appunto, mettiamoci una lei e tutto si colora, non pensi?” Poi mi continua: “Anzi, facciamo che lei non c’è fino alla fine, cosicché quando compare si ha un effetto visivo sorprendente, fortissimo! La speranza remota che si concretizza all’improvviso… alla fine, inaspettata, quasi di una violenza carnale… che ne pensi?”
“Mmm… io non volevo dare una sfumatura così ottimistica al tutto…”
“Allora mettiamoci un lui, diamo al tutto un taglio più moderno!”
“Un amico?”
“Direi più un alter ego, e in questo caso tutto il racconto potrebbe simboleggiare nient’altro che la ricerca di sé stessi… sì, grande idea! Queste cose fanno presa e vendono un sacco… che ne dici allora? Ti piace l’idea dell’alter ego?”
“Oddio non è che mi entusiasmi l’idea della ricerca di sé stessi…”
“Capisco… Ah ecco, ci sono: non si potrebbe fare allora che questa figura è solo un’allucinazione schizofrenica? Un sintomo del malessere d’oggi? Dell’incapacità di razionalizzare a fondo il proprio io?”
“Ma… onestamente non… ”
“Hai ragione, hai ragione! So cosa stai per dire: la macchina verde a questo punto non c’entrerebbe più una mazza… la facciamo grigia! Un colore baricentrico, tra il bianco asettico di un’esistenza scevra da tentazioni e il nero di una vita senza moralità? Eh? Cazzo il grigio va tantissimo quest’anno!”
“Ma non sarà una forzatura?”
“Come una forzatura? Già mi vedo il titolo: CROMIA BARICENTRALE, che bomba! Oppure BARICENTRO CROMATICO! Sì, questo è grandioso… perché quella faccia?”
“Onestamente mi piaceva più il mio, ma…”

Vedo che si blocca. Occhi sgranati, manata sulla scrivania:

“Ahhh! A questo punto credo proprio di aver capito cosa avevi in mente! Cazzo, altro che mancanza di spessore! Hai creato un mattone esistenziale caro mio, questa roba vale oro! Sei un grande!”. Pacca sulla spalla. “Tutto torna: la casa in disuso, la macchina, sì ok a parte il colore, ma la macchina è davvero una mazzata bestiale! La mancanza di una figura di sostegno… a parte il sempre possibile innesto del finale schizo-paranoide ovvio… ci si potrebbe vedere anche un rimando alla vita sessuale, forse omosessuale, del protagonista! Aspetta un attimo…” Mani sincrone che si abbattono sulla scrivania, occhi smaniosi: “… e se lui fosse l’amante del suo alter ego? GENIALE! Una chiara metafora dell’incertezza e della crisi d’identità sessuale tipica dei giorni nostri! Aspetta che sentano quest’idea e impazziranno tutti!” ”??????????”

A questo punto si sta producendo in cazzate senza la minima censura mentale. Per fortuna interviene un cellulare a dirottare la sua attenzione altrove. Il pazzo risponde, sussurra qualcosa. Poi, all’improvviso, si alza e divora la distanza che lo separa dalla porta a grandi falcate. Esce scusandosi, dice: “Solo un attimo!”

Finalmente un po’ di calma, il treno merci si è fermato. Il mio cervello è ormai in brandelli, una forma di parmigiano mangiucchiata da un’orda di topi. Ma rimane pur sempre l’unico ostacolo fisico che impedisce alle mie tempie di andare a toccarsi l’una con l’altra. La morsa si serra, addirittura mi pare di sentire una pressione interna che mi spinge le orbite in fuori. Ma è solo un’impressione, come lo è questo fischio assordante che mi scartavetra i timpani. Calma, ci vuole calma.

inspiro
respiro
inspiro

Le tempie si danno finalmente una rilassata, anche il cervello a questo punto riprende un po’ d’ossigeno. Ma poi sento un tramestio sovrumano, si direbbero cento bersaglieri o una mandria di vacche. Macché, è lui che ritorna alla carica, più gasato di prima. Come se non lo conoscessi! Vuole battere il ferro finché è caldo, secondo lui oggi abbiamo posto le basi per un vero best-seller. Infatti, irrompe nella stanza tutto sudato e trafelato, scaraventa il cellulare sulla scrivania e si schianta di peso sulla sua postazione da guerra. Mi fissa un attimo come se fossi semitrasparente.

E attacca: “Carissimo… dove eravamo rimasti?”. Pausa. Sembra non ricordarsi…ma magari! E invece neanche per sogno: ”AH! LUI E’ L’AMANTE DEL SUO ALTER EGO! TIE’! Voglio vedere chi cazzo ha mai avuto un’idea del genere! GENIALE! G-E-N-I-A-L-E!”. Scarica di cazzotti per ogni vocale e consonante della parola “geniale”. Non so chi tra me e la scrivania ne uscirà più devastato. Suona il suo cellulare, un’altra volta. “Fregatene, fregatene!” mi fa tutto scosso.“Lavoriamo sull’idea piuttosto, dobbiamo focalizzarla bene sulle ali del primo entusiasmo!”

Vorrei potergli scattare una foto: accatastato sulla poltrona girevole, è tutto proteso verso di me, la testa è incassata tra le spalle, i gomiti all’infuori piegati ad angolo retto col peso a scaricare (tanto per cambiare) tutto sulla povera scrivania. Il mio occhio inciampa sulla sua postura grottesca e cade sul cellulare che ancora canta. Mi viene voglia di fare un po’ lo stupido e di spararne una grossa. “E se facessimo così…” dico fingendomi ispirato.
“Sono tutto orecchi, ma dubito che potremmo trovare di meglio giunti a questo punto…” “E se lui fosse solo un cellulare? Sì, un cellulare che vive solo dei ricordi del suo padrone! Un cellulare, bada bene, non con una pila al litio, di quelle a lunga durata, ma con una batteria da quattro soldi… destinata ad una vita che, si esaurisce sì in poco tempo, ma che ricomincia prima! Perché le batterie, quelle non al litio, durano meno ma si ricaricano prima… eh? Che te ne pare?”

Lui mi fissa, non dice niente. Mi aspetto che si metta a ridere come un pazzo e che poi ricominci a frullare cazzate su cazzate. Invece s’irrigidisce e non dice una parola. Quasi nemmeno respira. All’improvviso i suoi occhi sembrano disegnati col compasso, immobili sul niente. Un leggero tremito si riverbera dalla sua palpebra sinistra allo zigomo sottostante. Poi, lentamente, mento e bocca scompaiono nel palmo della sua mano, le unghie tra le sue labbra. Non una parola. Il suo sguardo riprende vita. Toglie la mano dalla bocca e me la porge. La stretta è forte e decisa. Nei suoi occhi emozione vera.

© 2004 Daniele Galassi
Nota: da questo racconto è stato tratto un cortometraggio poi rimosso (comprensibilmente) dal regista

PROFILO 2: Chitarrista (tratto da 10 RAGIONI PER INZIARE A SUONARE E 1000 PER SMETTERE)

NOTA: In occasione della nuova ristampa del libro 10 RAGIONI PER INIZIARE A SUONARE E 1000 PER SMETTERE ho pensato di ripubblicare alcuni suoi estratti direttamente dal blog, visto che all’epoca della prima stampa non esisteva ancora. Per informazioni su come e dove procurarsi il libro visitare area contatti.

Profilo 2 – Chitarrista

Questo è un profilo particolarmente complesso. Insieme al singer, il chitarrista ricopre spesso la figura del leader, con la differenza sostanziale che lui si fa un mazzo 10.000 volte superiore al cantante tipo A. Un fatto inequivocabile è che il chitarrista sia prima di tutto un gran maiale: ha iniziato a suonare per far colpo sulle donne. Probabilmente ha cominciato strimpellando in spiaggia o in gita, ma il luogo o la circostanza poco importano: lui rimane un porco. E’ anche una delle figure più diffuse: se vuoi mettere su un gruppo scalcinato, trovare un tizio per fare due accordi non sarà un problema.

Esistono diversi tipi di chitarristi. Senza alcuna pretesa di esaustività, qui preme ricordarne alcuni in ordine sparso:

a) chitarrista iper-virtuoso:
La tecnica per lui è tutto: è capace di starsene ore ed ore a fare lo stesso esercizio finché non gli riesce alla perfezione. Se l’assolo in cui si produce non ha 16.000 note a battuta, allora non è un vero assolo. Le canzoni facili gli fanno schifo, e comunque lui non le suona. Nei casi limite, la sua tecnica mostruosa ha

atrofizzato la sua fantasia.

b) chitarrista creativo
In molti casi è la mente di una band musicale: per indole è portato a scrivere subito pezzi propri, di quelli degli altri se ne sbatte. Può anche essere virtuoso, ma di solito dosa la tecnica con saggezza. A volte invece è un cane, ma sforna comunque idee su idee. Ovviamente spesso (se non sempre) scrive cagate pazzesche, ma comunque scrive. Sovente pretende che i suoi compagni di avventura suonino tutto quello che partorisce, d’altronde lui è “la mente”. “Suona e taci” è il suo motto. Ha tendenze dittatoriali e manie di grandezza. Progetta azioni golpiste ai danni di un eventuale cantante tipo A troppo creativo. Alterna ciclicamente brio creativo-intellettuale a depressione. Forse più in là deciderà definitivamente per il suicidio.

c) chitarrista ombra
E’ una figura che fa spesso da corollario al chitarrista descritto alla lettera b). Fa tutto quello che decide il creativo. Non propone niente. Suona e basta. Forse è un virtuoso, e in quel caso gli va bene tutto a patto che ci si possano infilzare le famose sedicimila note a battuta. Forse è un incapace, e allora suona e tace, come ha sempre desiderato il chitarrista creativo. Se per qualche ragione, invece, manca quest’ultimo e lui si ritrova sciaguratamente ad essere l’unico deputato all’utilizzo delle sei corde, la sua fisicità tenderà ad uniformarsi alla sua creatività (che ricordiamo è pari a zero). In altri termini, durante un concerto, farà di tutto per rimanere in posizione defilata e somiglierà tragicamente ad un bassista censurato video (cfr.sezione bassisti).

d) chitarrista smanettone (tweaker)
Ognuna delle tre categorie sopraccitate può appartenere anche alla famigerata famiglia degli smanettoni (tweakers in inglese). Questa condizione si configura come una sorta di malattia, di maledizione, di sciagura per il chitarrista in questione e per chiunque instauri dinamiche di gruppo con lui. Il chitarrista maniaco ha una sua fisima: deve avere sempre il meglio, la soluzione tecnologica più avanzata, il suono migliore che esista sulla faccia della terra. Per questo motivo egli peregrina da un negozio all’altro provando chitarre, amplificatori, multieffetti, pedali, pedalini, processori e mille altre cose. Entra in un giro vizioso, dove compra/prova/rivende/permuta aggeggi su aggeggi, senza arrivare mai a quello che cerca. Ma perché, cosa cerca? Non lo sa. Per rendersene conto basterà chiedergli che suono stia mai cercando. E lui risponderà gesticolando: “Un suono acquoso, mellifluo, arioso”; oppure “ruvido, granitico, coriaceo”. Le prove potrebbero andare a rotoli perché lui non ha trovato il giusto chorus per i puliti o il giusto livello di compressione: inizia a smanettare pomelli, parametri, equalizzazioni per ritrovarsi dopo due ore con un suono di merda. Allora, scoraggiato, il giorno dopo torna in qualche negozio di fiducia e ricomincia daccapo. Anche a casa, dà il peggio di sé: ore e ore perse dietro a un multieffetto che costa trilioni di euro con un manuale di 600 pagine in inglese, perso tra mappaggi MIDI e preset vari. La buona notizia è che trattando con i chitarristi appartenenti a questa categoria si possono fare buoni affari: loro percepiscono ronzii, rumori di fondo, interferenze, ritardi che le persone equilibrate non sentono affatto. Quindi non è raro acquistare ad esempio un amplificatore perfettamente funzionante da un maniaco smanettone (o da un tweaker se siete in Inghilterra, negli USA, o in qualche colonia anglofona) che l’aveva subito etichettato come “difettoso”.

Famigerato tweaker e relativo negoziante di fiducia

e) chitarrista immaginario
Definiscesi “chitarrista immaginario” colui che pur non avendo mai imbracciato una chitarra, si produce convulsamente in ritmiche e assoli. Ovviamente, anche la sua chitarra è immaginaria, è tutto nella sua mente.

E’ facile ravvisare la presenza di questi “chitarristi” in piste da ballo. Segni quasi inequivocabili sono: faccia ispirata, pennata fuori tempo, diteggiature improponibili.

(tratto dal libro 10 RAGIONI PER INZIARE A SUONARE E 1000 PER SMETTERE – Daniele Galassi/Puzzle Press)

PROFILO 1: Cantante (tratto da 10 RAGIONI PER INZIARE A SUONARE E 1000 PER SMETTERE)

NOTA: In occasione della nuova ristampa del libro 10 RAGIONI PER INIZIARE A SUONARE E 1000 PER SMETTERE ho pensato di ripubblicare alcuni suoi estratti direttamente dal blog, visto che all’epoca della prima stampa non esisteva ancora. Per informazioni su come e dove procurarsi il libro visitare area contatti.

Profilo 1 – Cantante
Il cantante è anche detto singer, vocalist, frontman. Comunque lo chiamiate, rimane il fatto che egli è un gran paraculato, e nessuno potrà mai negarlo. Ma andiamo con ordine. Diciamo intanto che il gruppo più fico della terra vale meno di una moneta da 100 lire dopo l’entrata dell’euro se ha un cantante sfigato, bravo che sia. Questa semplice ed irrefutabile considerazione ci porta a optare per un approccio dicotomico, che ad alcuni potrà sembrare semplicistico: chiameremo “tipo A” il cantante che risponde ai canoni base per essere definito tale, e “tipo B” lo sfigato. A sorpresa, daremo la precedenza alla B.

Il tipo B:
Il tipo B lo si vede subito: non durerà un mese nel gruppo che già lo sbatteranno fuori. Si metta a suonare il tamburello, il piffero, le pentolacce, ma con quella faccia, quella postura, quel tono di voce quando parla…lasci stare il microfono. Se proprio ci tiene a rimanere, sarebbe bene si desse alla tastiera (vedere parte sul tastierista). Il tipo B si presenta di solito a testa bassa alle prove, canta con le mani in tasca, se mai arriverà a fare un concerto (dio ve ne scampi) non guarderà di certo l’eventuale pubblico. Anche se conosce i testi delle canzoni, si presenta sempre col suo inseparabile leggio (non si sa mai). Ha gli occhiali e di sicuro l’alitosi. Anche se ha una bella voce è un disastro, proprio non fa per lui.

Cantante tipo B

Il tipo A:
Il tipo A, al contrario, ci sa fare. Magari potrebbe cantare un po’ meglio, ma ci sa fare. Magari canta molto peggio del tipo B che è venuto ieri sera a fare il provino, ma non c’è storia. E’ il tipo A l’uomo giusto. Non sempre bello, ma comunque presentabile, il tipo A ha le idee chiare: vuole fare la rock star. E’ il primo a montarsi la testa, è l’ultimo ad alzare un dito: il tipo A dopo un mese di attività di gruppo non si porta nemmeno il microfono, ci avranno pensato gli altri. Lui è la cuspide della piramide, il sole attorno a cui girano i pianeti,  lui è la bandiera del cargo, la faccia del gruppo. Fa una prova sì e tre no, chi se ne frega, faranno una versione strumentale per oggi. A casa non si esercita di certo, si sentirebbe un coglione, e poi troppa tecnica snaturerebbe il suo approccio al canto basato su quel suo “ferale istinto rabbioso”.

Ai concerti se la gode: non ha strumentazione, mentre gli altri montano quintali di roba sul palco, lui si da all’alcool e irretisce la barista. Si presenta al pubblico sbronzo, se proprio non ce la fa a cantare intratterrà gli astanti con l’ausilio del suo solo appeal. Finito il concerto, mentre gli altri sollevano pile e pile di amplificatori, smontano la batteria, districano proibitivi grovigli di cavi, lui si gratta le palle e torna alla carica con la barista. E’ una vera pacchia. Per lui. Il tipo A soffre spesso di manie di grandezza: gli altri “stronzi” tarpano le ali alla sua sconfinata creatività rendendola dozzinale e scontata, quando se potesse decidere tutto lui la musica cambierebbe, e in tutti i sensiCantante tipo A in azione

(tratto dal libro 10 RAGIONI PER INIZIARE A SUONARE E 1000 PER SMETTERE – Daniele Galassi/Puzzle Press)

OVETTI VAGINALI WIRELESS PER PASQUA (racconto breve)

OVETTI VAGINALI WIRELESS PER PASQUA
© Daniele Galassi

Ore 20.45 – Ristorante di periferia
Marco e Giulia, Nando e Sara. Due coppie, un tavolo da quattro. E’ la vigilia di Pasqua. Invece del canonico uovo di cioccolata, quest’anno Marco e Nando hanno voluto unire tradizione e tecnologia, regalando due ovetti vaginali wireless alle rispettive compagne. 10 programmi, telecomando a distanza, costruiti interamente in lattice anallergico, colorati, spensierati, tutto sommato economici. 19,90 in offerta su Groupon. Batterie incluse. L’accordo è: voi ficcatevelo dove dovete, noi a cena lo azioniamo a nostro piacimento. Senza preavvisi. Così, per divertirsi un po’.

Ed eccoli lì, Marco e Nando, con i loro controlli remoti nascosti in tasca, ed eccole lì, Giulia e Sara, con gli ovetti ben piazzati.

Ore 19.45, un’ora prima – Casa di Marco
A Marco viene un’idea.
‘Senti Nando, facciamolo: scambiamoci i telecomandi!’
‘Eh?’ sgrana due dei quattro occhi Nando, sempre conservatore e conservativo nelle sue posizioni.
‘Dai, dai, facciamolo!’
‘Ma sei matto? Sara mi ammazza. No, ci ammazza. No, no, no…’
‘Senti, li scambiamo ma non facciamo trapelare niente. Loro non lo sapranno mai. Quando premo il pulsante e vibrerà quello di Sara io farò il vago, tu ammiccherai. E viceversa. Dai! E sciogliti un po’, manco cristo in croce aveva il freno a mano così tirato!’
‘Non lo so…ma a te non disturba sta cosa? Cioè non è come se facessimo una specie di scambio di coppia? Sara mi sbrocca se ci scopre!”
‘Non lo scoprirà mai se fai come ti dico! E quale scambio di coppia su, è solo un aggeggetto che vibra, lo azioni a distanza dai! Che sei geloso di pezzo di plastica comandato a distanza? Posso capire fosse un vibratore, quello non te lo farei usare su Giulia, caro il mio chierichetto. Ti piacerebbe eh? Ma un ovetto a distanza…dai è pure Pasqua perdio!’
‘Non lo so…boh…no, no non mi piace. Sarò antico, cosa ti devo dire. No.’
‘Ma porca vacca, ti lamenti sempre che non hai aneddotiche sul sesso, che hai scopato poco, che bla bla bla. E fattelo un curriculum da bar, almeno ci facciamo due risate sopra, fosse anche tra vent’anni no?’

Nemmeno questa freccia deve andare a segno, perché Nando rimane sulle sue posizioni.

‘Quanto sei parrocchiale, in tutto, sempre. E va bene…peccato, potevamo divertirci’.

Segue test su tutti e 10 i programmi di vibrazione. Funziona tutto. Batterie ben inserite, entrambe le unità pronte all’uso. Si va in scena.

Ore 20.55 – Ristorante di periferia
Momento delle ordinazioni. Il cameriere passa in rassegna uno ad uno i commensali. Quando tocca a Sara ordinare, Nando il parrocchiale non sta più nella pelle. Da dentro la tasca preme il pulsantino che fa partire il programma 1. Vibra l’interno Sara, che si irrigidisce e si fa rossa. Nando ammicca, quasi più rosso di Sara. Programma con vibrazione continua, a strappo, bassa, media, medio alta, medio alta + strappo, intermittente + strappo. Il nostro Nando è in visibilio, gliele fa provare proprio tutte. Marco sembra invece aver perso subito interesse per il suo gingillo. L’aziona si e no tre-quattro volte, sempre con scarsa partecipazione, per non dire annoiato. Anche Giulia sembra piuttosto fredda.

Ore 13 – giorno successivo, conversazione via Facebook
Nando scrive: ‘figata!!!! dobbiamo rifarlo! forse la prossima volta tutto sommato potremmo anche scambiarceli quei telecomandi, per alzare un po’ il tiro! ma sempre senza farci sgamare!!!!’

Marco scrive: ‘ok allora posso dirtelo…non ti incazzare ma i telecomandi io li avevo già scambiati…volevo vedere che faccia facevate :D’

Nando scrive: ‘ma che cazzo dici? quando premevo io vibrava sara e quando premevi tu vibrava giulia. non hai scambiato i telecomandi! cazzaro!’

Marco scrive:’ oh…li ho scambiati. potessi morire adesso. giuro.’

Nando scrive: ‘esticazzi allora ti devi essere confuso al momento dello scambio. oppure qualche interferenza? ma se la tua intenzione era quella sei comunque un MAIALE BASTARDO! Poteva succedere un casino cazzo! MAIALE BASTARDOOOO!!!!!!!!’

Marco scrive: ‘oh nà…visto che sei così bacchettone e moralmente integro, sai che ti dico? che se io sono un MAIALE BASTARDO, tu sei un SOMARO INGENUO…e giusto per chiudere il quadro agreste, per le nostre donne…qualche idea non comincia a venirti?

DISCORSO SUI MASSIMI SISTEMI (racconto breve)

DISCORSO SUI MASSIMI SISTEMI
© Daniele Galassi

CLOCK: Oggi ho pensato troppo, davvero troppo.
CLICK: A cosa hai pensato troppo, Clock?
CLOCK: Alla transumanza…a tutte quelle dannate vacche che pascolano per la valle…non ne posso più…non fanno altro che muggire, mangiare, muggire.
CLICK: E cagare Clock, cagare.
CLOCK: Giusto Click, cagare.
CLICK: Ci hai pensato proprio così tanto?
CLOCK: Così tanto che a forza di pensarci mi venuto l’acido lattico al cervello.
CLICK: Stai scherzando?
CLOCK: No.
CLICK: Guarda che non può venirti l’acido lattico al cervello. Può venirti alle gambe, alle braccia, al collo, forse al culo o addirittura all’uccello, ma al cervello proprio no, garantito.
CLOCK: E perché no scusa? Perché può venirmi alle gambe, alle braccia, al collo, forse al culo o addirittura all’uccello, ma al cervello proprio no?
CLICK: Perché il cervello non mica un muscolo idiota!
CLOCK: E allora? Perché il cazzo ti risulta essere un muscolo?
CLICK: Certo!
CLOCK: Col cazzo che il cazzo è un cazzo di muscolo! Il cazzo è un nervo fortemente capillarizzato, cosa che garantisce un’erezione intensa e duratura.
CLICK: Parla per te Click, il mio non ne vuole più sapere di alzarsi…altro che erezione intensa e duratura. Comunque se proprio dici di avere dell’acido lattico al cervello, puoi sempre provare a fare stretching…coi muscoli funziona.
CLOCK: E come me lo stiro il cervello Click? Me lo stiri tu il cervello Click?
CLICK: Mah, per creare un po’ di tensione al cervello credo che basti pensare a due cose distanti no? Così dovrebbe tendersi, penso.
CLOCK: A che pensi?
CLICK: No, dicevo, penso che se pensi a due cose distanti magari il cervello si tende, fai stretching e l’acido lattico si scioglie.
CLOCK: E’ un’idea Click…proviamo…non so da dove partire però…dai dimmi una cosa e io ne penso una distante.
CLICK: La cattedrale di S.Pietro a Roma.
CLOCK: Allora io dico il Duomo di Milano.
CLICK: Sta funzionando? Ti tira?
CLOCK: No, non mi pare…
CLICK: Forse non sono due cose abbastanza distanti.
CLOCK: Ma come? Roma-Milano non sono abbastanza distanti? E quanto devono essere distanti ‘ste cose?
CLICK: E che ne so, pensane una più distante allora.
CLOCK: Non mi viene…dai dimmi tu il nome di una chiesa e di una città più distanti…
CLICK: Non mi viene neanche a me…niente di niente.
CLOCK: Nessuna chiesa o nessuna città?
CLICK: Nessuna delle due…sono sempre stato un somaro sia in geografia che in storia.
CLOCK: Che ci azzecca la storia? Non parlavamo di chiese scusa?
CLICK: Storia dell’arte intendo! Possibile che sei così rigido? Devi essere più elastico Clock.
CLOCK: E tu devi essere più preciso Click. Senti, ma vero che non ti tira più Click?
CLICK: Cosa Clock?
CLOCK: Il cobra.
CLICK: Che?
CLOCK: Sì dai, l’anguilla.
CLICK: Cosa?
CLOCK: L’attrezzo.
CLICK: Eh?
CLOCK: L’arnese.
CLICK: Non capisco.
CLOCK: L’argano.
CLICK: Continuo a non capire.
CLOCK: Il volatile Click, il volatile… vero che non ti vola più?
CLICK: Ti stai riferendo al mio uccello Clock? E’ a questo che ti stai riferendo? No, perché se é questo, allora mi devi dire chi è che mette in giro queste voci del cazzo sul mio cazzo!
CLOCK: Tu Click, tu. Me lo hai detto proprio tu poco fa quando ti ho spiegato che trattasi di un nervo fortemente capillarizzato.
CLICK: Cristo hai ragione…scusa, ma mi sono ipersensibilizzato all’argomento…un problemone per me…
CLOCK: Sai a cosa penso quando penso a noi, ai nostri discorsi, ai nostri commenti, ai nostri scambi di opinione?
CLICK: No a che pensi?
CLOCK: All’incredibile livello a cui é giunto lo sviluppo del pensiero umano.
CLICK: Beh, un bel pensiero direi…
CLOCK: Sì ci ho pensato nello stesso momento in cui pensavo a noi, ai nostri discorsi…già: noi e l’incredibile sviluppo del pensiero umano…oh sai cosa ti dico Click?
CLICK: No, cosa Clock?
CLOCK: Cazzo, non mi sento più l’acido lattico nel cervello!
Racconto disponibile in pdf nella sezione SCRITTI – RACCONTI BREVI

10 RAGIONI PER INIZIARE A SUONARE E 1000 PER SMETTERE: ultime copie disponibili!

Ebbene sì, anche la nuova ristampa è andata benone, sono rimaste le ultime copie. Alla faccia delle case editrici del menga. Potete prenderle qui (mandate una mail, non siate pigri) ma sono anche ordinabili tramite portali online come IBS o Amazon.

Per i più tecnologici c’è anche la versione in E-book…in omaggio con quella cartacea o acquistabile in separata sede a prezzo stracciato.

10 RAGIONI PER INIZIARE A SUONARE E 1000 PER SMETTERE
Puzzle Press/Indipendente
Inizialmente pubblicato sul portale truemetal.it, ora alla terza ristampa!
Dopo 60.000 letture in 10 puntate, la “BIBBIA DEL MUSICISTA UNDERGROUND” sfugge alla deriva del web e approda su carta. Nuovi capitoli, nuove vignette, drammatici test psico-attitudinali. Per ridere dove ci sarebbe solo da piangere.
90 PAGINE, COPERTINA A COLORI, STAMPA PROFESSIONALE, PREZZO STRACCIATO.

Diventa fan su facebook! www.facebook.com/10ragioni

Ordinalo qui!

Cantanti tipo A e tipo B, chitarristi smanettoni, ipervirtuosi e immaginari, bassisti affetti da aritmia e bassisti censurati audio, batteristi da uccidere e altri semplicemente da picchiare. E ancora menefreghisti, assenteisti, Cover Men, Emuli: sono solo alcuni dei personaggi che animano il grottesco circo della musica underground, quella più (po)vera, ma anche quella più idonea a mandare in pappa il cervello e a generare poderosi travasi di bile.

Dalla ricerca della sala prove alle registrazioni in studio, passando per concerti, concorsi e mille altre peripezie, questo libro getta un’impietosa luce sui drammi da fronteggiare quotidianamente da chi ha deciso (a proprio rischio e pericolo) di imbracciare uno strumento.

Una tragicomica dissertazione che ha avuto un successo travolgente sul web, ora indelebilmente impressa su carta.

GLI AUTORI

Daniele Galassi: nato ad Ancona nel 1976, una laurea in Economia e Commercio, un master in scrittura pubblicitaria. Una vita sprecata. Alla faccia dei titoli di studio, suole dedicarsi a cose economicamente infruttifere: scrive, compone e incide musica, studia la chitarra, suona dal vivo. Per non morire di fame, collabora con il Dipartimento di Economia alla Politecnica delle Marche e con una ditta del settore musica. Ha pubblicato il romanzo Dream on/Dream off per Prospettiva Editrice, alcuni racconti e la versione web di questo libro.

Christian Morbidoni nasce in provincia di Ancona sempre nel 1976. Dopo soli 4 anni conosce Daniele Galassi e tra scuola, attività musicali/artistiche/ricreative/pseudo-lavorative, non se ne libererà più. Laureatosi in Ingegneria Elettronica e amareggiato dallo scarso prestigo sociale derivatone, si butta sull’informatica (che preferisce chiamare Computer Science, illudendosi così di evitare richieste di assistenza tecnica da amici e parenti). Vive di stenti con un dottorato di ricerca che gli consente però di gironzolare per il mondo con il pretesto di partecipare a conferenze.

Dal 96, ignorando i consigli dei rispettivi medici curanti, suonano nella band di cui sono i fondatori, infestano il mercato discografico con le loro creazioni e vagabondano in lungo e in largo utilizzando mezzi di fortuna.