Balcani 2017 – Giorno #3 –  Macedonia/Kosovo – Consigli macedoni su donne kosovare e mezzi blindati

Usciti dall’area attorno al lago di Orhid la Macedonia scopre le sue carte e si inizia a respirare aria da ex Unione Sovietica ad ogni angolo. Le facce si fanno più cupe, la fisicità esplode in larghezza e in altezza secondo proporzioni quantomeno opinabili e la lingua si adegua ai modi di fare, più spiccioli e meno affabili di quelli albanesi. 

Colline e montagne bruciate dal sole deturpate da orribili palazzoni squadrati, tra cui spuntano improbabili minareti a sottolineare una massiccia presenza musulmana.

Modi spiccioli sì, ma in Macedonia sembrano volerci bene e senza secondi fini. Verso il confine col Kosovo arriva anche un consiglio paterno: ‘In Kosovo non guardate le donne, in Kosovo vi ammazzano’.

Sí, sí, mo me lo segno! (cit.)

Appena passata la frontiera, in Kosovo il paesaggio si apre e diventa più alpino, con tanto di surreale e rudimentale luna park piazzato in un valico. E a Prizren capiamo anche il perché di quel consiglio: è veramente un gineceo con standard impensabili per Albania o peggio Macedonia. D’altronde siamo praticamente in Serbia, terra da sempre munifica di gnocche.

Meglio dunque non rischiare e tornare nel nostro albergo di periferia, infossato in una sorta di trincea con tanto di filo spinato e mura di difesa. Dalla finestra della camera scorgiamo mezzi mimetici blindati.

Cippo, non è per dire, ma qui fuori c’è una specie di carroarmato.

– orcoxxx!!!

– Non avrai guardato le donne???

Sguardo corrucciato: ci sono mezzi militari blindati fuori dalla finestra

Meravigliose vedute dalla finestra

Balcani 2017 – Giorno #2 – Albania/Macedonia – Il know how

Dovremmo sempre ricordarci che sarebbe opportuno procurarsi un tracciato GPS degli off road o almeno calcolare bene certe distanze prima di buttarsi a testa bassa su tutto quello che sulle mappe è segnato come strada bianca. E invece pure oggi l’Albania ci ha fregato inchiodando i nostri i nostri slanci in mezzo al nulla dopo un’ora di sterrati. Ma noi, forti della debacle di fine aprile in cui ci trovammo spersi in un inferno di fango, pietra e cani pastore ululanti, abbiamo il know how per far fronte alla situazione. Che consiste in:

  • farfugliare ipotesi fumose guardando la mappa come se avessimo capito dove effettivamente siamo finiti
  • rinunciare conclamando vivo rammarico con tutto la vis retorica di cui siamo capaci
  • girarsi in qualche modo
  • riguadagnare una strada asfaltata
  • chiudere la pratica con un ‘dai però è stata una figata.’

    Sappiamo farlo, lo facciamo e ci dirigiamo verso il confine con la Macedonia, dove le scritte diventano ciriliche e non si capisce più una mazza. Le uniche reminiscenze dei miei giri in Russia sono che la ‘P’ si legge ‘R’, il che non risolve nulla.

    Poco male davvero, arriviamo a Struga sul lago Orhid dove piantiamo le tende in un campeggio in riva e ci facciamo Reisling su Reisling mentre il sole muore dietro a quei monti aguzzi che scavalleremo domani e l’aria si fa più frizzante.

    Quando il blu sfuma nel viola e le acque del lago si confondono col cielo e tutte quelle menate là, dovrei forse pensare che facciamo parte di un tutto interconnesso. E invece mi viene fame: e siccome sono un uomo semplice ordino pollo, kebab e vino bianco. 

    La notte si preannuncia rigidina in tenda e sarà meglio incamerare risorse.

    Balcani 2017 – Giorno #1 – Italia/Albania – Ancora tutto da programmi

    Cippo dice che io e lui viaggiamo bene insieme perché possiamo stare giorni senza parlare. In realtà ‘Cippo che non parla’ è uno scenario pseudo-fantascientifico che può avverarsi solo in tre situazioni ben codificate: quando mastica, quando beve, quando dorme. E sul quando mastica non è manco detto.

    Comunque, in queste 21 ore di traghetto si è masticato a tutto spiano salamini, parmigiane, pecorini e spezzatini di vitello, si sono bevuti tre litri di rosso cantina Santori, si è dormito poco (ma male) nella nostra suite ricavata sotto un tavolino del ponte interno (intasato di materassini, teli, cuscini e brulicante di prole balcanica iperattiva).  Naturalmente c’era anche lui, l’immancabile televisore 1000 pollici che di giorno viene tenuto a volume zero, ma la cui ferocia viene poi lasciata ruggire a piena potenza nel cuore della notte quando tendenzialmente tutti vorrebbero dormire. Uno dei grandi misteri delle traversate dell’Adriatico.

    Queste febbrili attività (mangia, bevi, dormi) non hanno impedito al mio compagno di parlare sostanzialmente con chiunque gli capitasse a tiro, tanto che dopo tre ore scarse salutava gente su gente chiamandola per nome. 

    Scesi a terra la tappa è breve, giusto un’oretta e mezza di moto fino a El Basan, ma questo non è mica un travel blog, quindi chi se ne frega della tappa. Quello che conta è che dopo tre mesi siamo di nuovo al porto di Durazzo.

    – Oh ma l’avresti mai detto che saremmo tornati qui così presto?

    – Mmmh…Si.

    E via in sella, con lui che saluta chiunque sbracciando che manco Calboni a Cortina. È proprio tutto come da programmi. Per ora.

    Balcani 2017: Silver Slut e Horny Bigfish di nuovo insieme nel N.E.B.T.!

    Silver Slut è una Transalp del 2003, Horny Bigfish un’Africa Twin del ’97. Neanche troppo inaspettatamente tornano insieme nei Balcani per dieci giorni tra Albania, Macedonia, Kosovo e Montenegro.

    Io guido la Puttanella d’Argento, Cippo la Pesciolina ingrifata, entrambe moto senza tanti fronzoli. L’accordo con questi muli della Honda è semplice: noi mettiamo benzina, voi macinate asfalto o sterrati o quello che è senza storie. Non a caso N.E.B.T sta per No Elettronica Balkan Tour. Abbiamo addirittura scomodato i migliori grafici per fare degli adesivi personalizzati per la SS e la HB. Perché noi le cose le facciamo seriamente.

    Io scrivo dal mio blog, Cippo scrive dal suo FB (Andrea Alessandrelli). Nessuno dei due leggerà le amenità che scriverà l’altro, o meglio le leggeremo solo alla fine. Ma non è nemmeno detto.

    Ora siamo al porto di Ancona destinazione Durazzo: la nave ha due ore di ritardo, Cippo racconta a chiunque quante volte è già stato in Albania, beviamo birre su birre (troppe). Tutto perfettamente secondo le aspettative insomma.

    L’itinerario mi piace molto, ma la cosa che mi piace di più è che ha la forma di una giocosa foca che ci ammicca dall’altra parte dell’Adriatico. Giudicate voi.

    Noi arriviamo. Con calma.

    Patagonia 2017 – giorno #23/24 – Argentina/Cile – Dettagli inutili e questioni importanti

    Ed eccomi qui, di nuovo seduto al Fogon del Lenador di Puerto Montt per chiudere il viaggio come lo avevo iniziato poco meno di un mese fa: mezzo chilo esatto di controfiletto e vino tinto.

    Credo nella circolarità delle peregrinazioni, mi piace onorarla.

    Tornare in Cile è stato facile, ma ha richiesto un mare di tempo. Si è mosso tutto a singhiozzo, con autobus argentini rotti, isterie di gruppo, trasbordi su mezzi sostitutivi, lungaggini senza senso al confine. Tutto regolare insomma.

    Domani mi aspettano 30 ore di viaggio. Magari un’ultima foto delle nuvole che si specchiano sul Pacifico e poi via verso il minuscolo aeroporto di Puerto Montt. Poi Santiago, poi San Paulo, poi Milano, poi Ancona. Tutti dettagli inutili.

    Ma concludere con dettagli inutili mi sembra relativamente inopportuno, dopo tutta questa fatica. E torniamo quindi alle questioni importanti: il controfiletto. Il controfiletto va mangiato vetado. Ossia con quel bel filo di grasso che insaporisce oltre ogni misura.

    Nella vita bisognerebbe diffidare di donne ubriacone, uomini astemi e di chi mangia carne di manzo ben cotta. E fin qui siamo tutti d’accordo. Ma è tempo di rendersi conto che bisogna diffidare anche di chi scarta il grasso nel controfiletto.

    Si si lo so, volete quell’ultima foto del Pacifico. Eccola. 

    Alla prossima (forse). E sotto coi controfiletti.

    Patagonia 2017 – giorno #20/21/22 – Argentina – The ASS OFF series®

    La Ass-off series® consiste nel farsi fotografare in un dato contesto con le chiappe al vento. Me la sono inventata qualche anno fa, e tutt’oggi continuo ad alimentare questo format rivoluzionario. Qualcuno su FB se la sghignazza di gusto, qualcuno non capisce la portata iconoclasta dell’ambizioso progetto.

    Il sistema pensiero che sorregge l’impianto estetico è semplice quanto inattaccabile. Cascate, fiumi, eremi, presepi, confessionali: ogni location è buona per piazzarci un bello spacco di culo.

    Viaggiando soli è però problematico: o trovi un fotografo compiacente oppure chiedi a un ignaro passante ti farti uno scatto. Gli dai il tuo smartphone, ti integri nella location e ti tiri giù le braghe all’improvviso, con nonchalance. Nessuno si lamenta, anzi di solito tutti si mettono a ridere. E non smettono più.

    In questo viaggio la Ass-off series® era stata trascurata, faccio ammenda. Non avevo avuto occasione, vista la grande solitudine con la quale avevo viaggiato. Ad esempio i guanacos con cui avevo condiviso il trek nel parque Patagonia si erano rivelati incapaci di usare uno smartphone, stante l’insanabile mancanza del pollice opponibile. Ma qui a El Bolsòn ho incontrato di nuovo Matilde (vedi giorno #17/18) e l’occasione s’è fatta ghiotta.

    Ma possibile che dei tre giorni di trek nel circuito di El Bolsòn io stia parlando di questo? Certo, ve l’avevo detto che questo non era un blog di viaggio. Cazzo v’aspettavate?

    Tuttavia siamo agli sgoccioli, e per chi proprio è bramoso di dettagli sul circuito di trek a El Bolsòn mi permetto di dire che:

    La cosa migliore del circuito rifugi di El Bolsòn sono proprio i rifugi. Non sono pieni, non puoi prenotare e quindi chi prima arriva meglio alloggia, sono ben indicati e puoi anche campeggiare. Io ho campeggiato e mi sono cagato addosso dal freddo, soprattutto la prima notte. Ho davvero cannato sacco a pelo per questo viaggio, ma non è che posso sempre fare tutto al top.

    Questo circuito è inaspettatamente impegnativo sul piano fisico, inaspettatamente poco trafficato rispetto ad altri trekking argentini, inaspettatamente deludente per quanto riguarda i panorami. Non a caso la Lonely Planet ne parla come di ‘uno degli scenari montani più belli di tutta l’Argetina, se non il più bello’. Tutte cazzate per gringos, come al solito. Si cammina per il 90% del tempo sottobosco, i panorami aperti sono pochi e si raggiungono con sentieri aggiuntivi rispetto a quelli che vi portano ai rifugi. E’ un bel posto, indubbiamente, ma siamo in Patagonia, e qui non si viene per cercare bei posti. Si viene per cercare posti che incidono qualcosa di indelebile, da qualche parte. O per la Ass-off series®, si capisce.

    Patagonia 2017 – giorno #19 – Argentina – El Bolsòn: villaggio hippie un cazzo!

    Tutte le guide presentano El Bolsòn come un pueblo andino stretto tra catene montuose sia a est che a ovest, un piccolo angolo di Patagonia argentina scelto da un gruppetto di figli dei fiori negli anni ’60 come rifugio dal frastuono delle grandi città. Un’oasi dove si ritrovarono per fare quello che i fricchettoni facevano nella loro età dell’oro: innalzare inni all’ecologia, veicolare messaggi di pace, drogarsi serenamente e ammucchiarsi al suono di chitarre scordate (almeno mi piace pensarlo). Un pueblo che conserva ancora quella sua nuance fricchettona, riportano sempre le guide, considerato tutt’oggi una via di fuga dalla linda e pinta Bariloche, a sua volta definita la ‘Svizzera delle Ande’ (io la definisco invece un luogo da cui stare lontano come la peste). E allora eccomi a El Bolsòn, l’opzione più appetibile sulla mia via di ritorno verso il Cile. D’altronde le physique du role per mimetizzarmi tra i reduci della generazione lisergica non mi manca mica.

    Ma appena sceso dal bus mi prende un colpo: altro che villaggio dal sapore hippie, questo è un inferno. Vie intasate di macchine, autobus e taxi, brulicare di turisti in ogni direzione si posi lo sguardo. E’ il caos. E io che già mi maledicevo per non aver portato i miei jeans a zampa.

    L’oficina de turismo mi appioppa una mappaccia, ci scarabocchia qualche X a marcare le opzioni di alloggio rimaste disponibili e poi mi abbandona nello sconforto totale: nulla mi appare più imperativo dello scappare immediatamente da tutto questo. Per fortuna dall’altra parte della strada c’è la provvidenziale oficina de la montana.

    Salve, ho tre giorni interi da dedicare al trekking…cosa posso fare?

    Un tizio afferra un’altra una mappa e velocissimo mi indica tre tappe con due pernotti da fare in altura, segnalandomi rifugi, campeggi e tempi di percorrenza. Snocciola opzioni, vie di fuga alternative, chilometraggi, punti di approvigionamento idrico, dati logistici.

    Tac, tac, tac.

    Abituato alla patagonia del Cile, dove trovare un’informazione precisa e puntuale è fatto raro come incontrare un australiano che parla un inglese comprensibile, l’esperienza di avere in trenta secondi tutti gli input necessari per le prossime 72 mi lascia basito.

    L’alloggio per stanotte ce l’ho, qualcosa da fare nel pomeriggio l’ho trovato, i prossimi tre giorni vagherò per i monti carico come un mulo, ci rimane una cosa da fare: trovare una parilla che accetti una maledetta di Mastercard (perchè io di farmi turlupinare dalle banche argentine proprio non ne ho voglia*). Non la trovo, ma alla fine trovo un asador che mi accetta pesos cileni a un cambio stranamente favorevole. E sono a posto così: io, il mio controfiletto e il mio vino tinto. Perchè non ci sono cazzi, l’Argentina non sarà il Cile per quanto riguarda i vini, la natura, l’autenticità e la vivibilità dei luoghi, ma quando si parla di carne alla brace…è il top del top.

    * In argentina prelevare al Cajero Automatico (Bancomat) è drammatico: la banca locale ti carica 97 pesos (circa 6 euro) per ogni operazione, a cui si aggiunge la percentuale che si frega la tua banca per prelievi con carta di credito (4%). E il limite massimo di prelievo giornaliero è circa 120 euro…Significa che ogni 120 euro che prelevate più di 10 se ne vanno in commissioni!

    hippies-en-el-bolson-b